Ricordando Josè Saramago

Josè Saramago - Azinhaga, 1922 - Lanzarote, 2010

Narratore, poeta e drammaturgo portoghese, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Costretto ad interrompere gli studi secondari fece varie esperienze di lavoro prima di approdare al giornalismo che ha esercitato con successo su vari quotidiani.

Dopo il romanzo giovanile Terra e due libri di poesia caratterizzati da una forte sensibilità ritmico-lessicale, si è rivelato acquistando fama internazionale con un'originale produzione narrativa in cui rielaborazione storica e immaginazione mistica e allegorica, realtà e finzione si mescolano in un linguaggio tendenzialmente poetico e vicino ai modi della narrazione orale.

Riconosciuto come uno degli autori più significativi del Novecento, la sua produzione spazia dalla poesia al romanzo, dal teatro La seconda volta di Francesco d'Assisi e Nomine Dei ai racconti storici.

Intellettuale raffinato ed impegnato, ha spesso fatto discutere per i suoi racconti dissacranti che colpiscono al cuore i mali della nostra società.

Nel 1998 l'Accademia di Svezia gli ha conferito il Premio Nobel per la Letteratura premiando le sue qualità di scrittore ma anche l'uomo delle battaglie civili.

Fissa in una frase il perché del proprio scrivere: "Le parole sono l'unica cosa immortale: quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro".

fonte: festivaletteratura.it

BIBLIOGRAFIA: Narratore, poeta e drammaturgo portoghese. Dopo il romanzo dell'esordio (Terra del peccato, Terra do pecado, 1947) ha toccato i campi della poesia (Le poesie possibili, Os poemas possiveis, 1966) e del teatro (Che ne farò di questo libro?, Que farei com este livro?, 1980) e poi di nuovo della narrativa: da Manuale di pittura e calligrafia (Manual de pintura e caligrafia, 1977) ai racconti di Oggetto quasi (Objecto quase, contos, 1978) ai romanzi Una terra chiamata Alentejio (Levantado do Chão, 1980) e Memoriale del convento (Memorial do convento, 1982), di argomento storico e scritto in una originale prosa «magmatica», fino a L'anno della morte di Ricardo Reis (O ano da morte de Ricardo Reis, 1984).

Tra le opere successive: La zattera di pietra (A jangada de pedra, 1986), Storia dell'assedio di Lisbona (História do cerco de Lisboa, 1989), il discusso Vangelo secondo Gesù Cristo (O evangelho segundo Jesus Cristo, 1992), Cecità (Ensaio sobre a cegueira, 1995).

Ormai riconosciuto come uno degli autori più significativi della letteratura portoghese contemporanea, si è volto di nuovo con successo anche al teatro con La seconda vita di Francesco di Assisi (A segunda vita de Francisco de Assisi, 1987) e In nomine Dei (1993).

Le sue opere più recenti eleggono lo stile allegorico e l'uso del grottesco a strumenti di denuncia; i personaggi, spesso senza nome, sono un'emblematica rappresentazione dell'uomo colto nei suoi aspetti deteriori: L'uomo duplicato (O homen duplicado, 2002) è un uomo che scopre per caso una videocassetta con la storia della sua vita; Saggio sulla lucidità (Ensaio sobre a lucidez, 2004) è una riflessione sul senso della democrazia e sulla natura del potere politico; Le intermittenze della morte (As intermitências da morte, 2005) mette in scena un amaro e tragicomico sciopero della morte che va a intaccare la funzione e il ruolo della Chiesa.

Nel 1998 è stato insignito del premio Nobel per la Letteratura.

fonte: Enciclopedia della Letteratura Garzanti

Un consiglio per la lettura 

José Saramago - Caino
Traduzione di Rita Desti
142 pag., € 15,00 - Feltrinelli (I narratori)

"Che hai fatto a tuo fratello, domandò, e caino rispose con un'altra domanda, Ero forse il guardaspalle di mio fratello, L'hai ucciso, Proprio così, ma il primo colpevole sei tu, io avrei dato la vita per la sua vita se tu non avessi distrutto la mia, Ho voluto metterti alla prova, E chi sei tu per mettere alla prova colui che tu stesso hai creato, Sono il signore sovrano di tutte le cose, E di tutti gli esseri, dirai, ma non di me né della mia libertà, Libertà di uccidere, Come tu sei stato libero di lasciare che uccidessi abele quando era nelle tue mani evitarlo, sarebbe bastato che per un attimo abbandonassi la superbia dell'infallibilità che condividi con tutti gli altri dèi, sarebbe bastato che per un attimo fossi realmente misericordioso, che accettassi la mia offerta con umiltà, solo perché non avresti dovuto osare rifiutarla, gli dèi, e tu come tutti gli altri, hanno dei doveri verso coloro che dicono di aver creato..."

Il Vangelo secondo Gesù Cristo, la splendida opera di Saramago, punto fermo della letteratura del secolo scorso, rileggeva nella visione sconsolata e atea del suo autore il Nuovo Testamento.

Caino invece ripercorre alcuni episodi cruciali dell'Antico proponendo una tesi: dio è lontano, assente e indifferente alle sofferenze degli uomini, il suo silenzio è interrotto solo da interventi devastanti, da prove della sua potenza che richiedono agli uomini atti terribili.

In questa solitudine, minacciata e non certo protetta dalla presenza di un dio, gli uomini cercano di sopravvivere e il dialogo con quello che si dichiara il loro creatore o è di totale e cieca subordinazione o non può che essere conflittuale.

Ed ecco Caino, che la tradizione biblica addita come il peggiore degli uomini, colui che ha ucciso il fratello, che Dante fissa come meritevole della punizione infernale più severa perché è il traditore per eccellenza, diventare protagonista di questo libro.

È stato dio a non fermare la sua mano, ma a provocarla, dando ad Abele ogni successo e facendolo contrapporre a Caino con presunzione arrogante. La responsabilità ultima perciò è di chi induce in tentazione, anzi esaspera questa tentazione in modo malvagio.

La crudeltà di dio poi si ripropone più volte nell'esistenza fuggiasca che Caino è costretto a vivere (maledizione di dio che non lo vorrà vedere morto, ma sofferente e nomade per lunghi anni). Una fuga questa che gli permette di percorrere avanti e indietro il tempo così da entrare in contatto con altre "vittime", da Abramo a Noè a Giobbe: uomini devoti e pii ricompensati con crudeli ordini da quel dio che consentirà la morte di bambini innocenti, mescolati ai peccatori, nel fuoco di Sodoma, che dividerà e non unirà gli uomini, portandoli sempre a scontri fratricidi.

Questa lettura così spietata della divinità anticotestamentaria appare talvolta didascalica così da perdere la tensione emotiva, la pietas, del Vangelo secondo Gesà Cristo e farsi essa stessa lectio. C'è una frase che ricollega strettamente le due opere: In punto di morte gesù chiede agli uomini di perdonare dio perché non sa quello che fa, certo quel dio che abbandona il figlio non sa quello che fa, qui invece lo sa benissimo e per questo è ancora più crudele. E il sarcasmo, nota caratteristica delle invettive di Saramago, appare talvolta inadeguato a un tema così drammatico che spinge a più profonde riflessioni.

Molti momenti dell'Antico Testamento forniscono più di un motivo per affermare la violenza di dio contro gli uomini; ecco due brevi passi dal libro dei Profeti: Amos 2,13: «Ecco, io vi schiaccerò, come un carro carico di covoni schiaccia la terra...»; Geremia 5,14: «Poiché così parla il Signore, Dio degli eserciti: Poiché avete detto quelle parole, ecco, io farò in modo che la parola mia sia come fuoco nella tua bocca, che questo popolo sia come legno, e che quel fuoco lo divori».

Altri intellettuali, altri pensatori hanno testimoniato l'impossibilità che coesistano il male e dio. Ecco una riflessione di Norberto Bobbio: Che la risposta dell'uomo di fede sia consolatoria, e Dio sia quel famoso «tappabuchi», cui tu stesso accenni, fa certamente una bella differenza rispetto alla liberazione dell'angoscia mortale cui tu ti richiami spesso da Pascal a Kierkegaard. Ma ci dobbiamo accontentare? E se quell'essere ineffabile, di cui non possiamo e non dobbiamo dire alcunché, fosse al di là del bene e del male, indifferente a ciò che per noi uomini e per qualsiasi altro essere vivente è bene o male?

E la famosa dichiarazione di Primo Levi: C'è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.
La ricerca di dio e l'impossibilità di avere risposte, un'angoscia esistenziale che nasce da qualcosa di più grande di ogni certezza. E anche questa insistenza di Saramago nel voler "dimostrare" l'impossibilità dell'esistenza di dio, e la rabbia profonda di non poter accettare il dio della tradizione, indica in un certo senso l'orrore del nulla a cui l'uomo è condannato se sceglie la ragione e non la consolazione della fede. "La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio né lui non capisce noi, né noi capiamo lui" e tutto ciò è intollerabile.